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Crescere sostenibili: perché educare i giovani è la vera sfida del futuro

Per trasformare la sensibilità ambientale in una competenza serve un percorso trasversale
12 ottobre 2026 di
Ambrogio Sanelli

L’estate appena passata ha consegnato un’altra stagione record, segnata da ondate di calore, alluvioni e incendi. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il riscaldamento globale è ormai esperienza quotidiana, non una proiezione distante nel tempo. A convivere con le sue conseguenze saranno proprio i più giovani, e saranno loro a decidere la direzione di un mondo che dovrà tagliare drasticamente le emissioni mentre si adatta a un clima già cambiato.

I numeri dicono che qualcosa si muove. Nel 2025 gli investimenti globali in sostenibilità hanno toccato il record di 2.400 miliardi di dollari, secondo il Visionary CEO Guide to Sustainability 2026 di Bain & Company. Quasi tutte le risorse tuttavia si concentrano su rinnovabili, edilizia e mobilità, mentre agricoltura, manifattura e capitale naturale, responsabili del 37% delle emissioni, ricevono meno di un decimo dei fondi. La transizione procede ancora a velocità diverse, e le partite più difficili restano da giocare.


C’è però un dato incoraggiante: la Gen Z è la generazione più attenta. In Italia il 92% dei giovani dichiara di compiere scelte sostenibili, contro una media nazionale dell’85%. La sensibilità c’è, serve trasformarla in competenza: bisogna saper leggere un’etichetta, capire l’impronta di un prodotto sulla filiera, distinguere un impegno reale da un’operazione di greenwashing, valutare il costo energetico delle tecnologie digitali che usiamo ogni giorno.

La scuola italiana ha già inserito lo sviluppo sostenibile tra i pilastri dell’educazione civica, ma troppo spesso resta un capitolo a sé, affidato alla buona volontà del singolo docente. Eppure i fenomeni da capire non stanno dentro una sola materia: le migrazioni climatiche, le microplastiche o i consumi energetici dell’intelligenza artificiale si spiegano solo mettendo insieme chimica e geografia, economia e tecnologia. Per questo l’educazione alla sostenibilità deve diventare trasversale.

Le previsioni sulla transizione si sono spesso rivelate sbagliate: secondo Bain, solo tre tecnologie verdi (solare, batterie e auto elettriche) hanno superato le aspettative di dieci anni fa. Educare alla sostenibilità significa quindi anche coltivare il pensiero critico: servono cittadini capaci di leggere i dati, riconoscere l’incertezza e non cedere né al catastrofismo né alla negazione.

C’è poi il lavoro. La transizione ecologica sta già cambiando molte professioni, dall’agronomo che deve fare i conti con la siccità al progettista che lavora sull’efficienza degli edifici, fino ai manager chiamati a rendicontare le emissioni della propria azienda. Chi esce oggi da scuola dovrà muoversi in questo mercato.

È in questo senso che si inserisce Gea Edu – Idee per il futuro, l’iniziativa didattica sviluppata in collaborazione con l’agenzia di stampa GEA - Green Economy Agency, rivolta alle classi secondarie di secondo grado di tutta Italia.  A partire dagli obiettivi indicati dall’Agenda ONU 2030, il progetto nasce per educare ragazzi e ragazze all’importanza della sostenibilità ambientale, sociale, economica e digitale, per costruire un nuovo modello culturale di sviluppo e crescita.