Il 94% degli studenti italiani utilizza l’Intelligenza Artificiale almeno occasionalmente e il 62% lo fa con frequenza settimanale o quotidiana. È quanto emerge dall’indagine nazionale “Io e l’Intelligenza Artificiale”, realizzata da INDIRE e Festival dell’Innovazione Scolastica su 5.342 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. I numeri raccontano una tecnologia sempre più presente: il 40,3% degli studenti utilizza l’IA più volte alla settimana e il 21,15% quasi ogni giorno. Alle scuole superiori, in particolare, chi dichiara di non utilizzarla scende appena all’1,5%.
Il principale campo di utilizzo resta quello scolastico. L’84% degli studenti ricorre all’IA per studiare, soprattutto per italiano, per le lingue straniere e per matematica e scienze. E il giudizio è in larga parte positivo: il 76,5% ritiene che questi strumenti aiutino a comprendere meglio gli argomenti e ad apprendere più rapidamente. L’IA, però, non viene utilizzata soltanto per fare i compiti. Il 53% degli studenti dichiara di essersi rivolto almeno una volta a un sistema di Intelligenza Artificiale per sfogarsi o affrontare un problema personale, trasformandolo di fatto in una sorta di “confidente digitale”. Il fenomeno è particolarmente presente tra gli studenti più giovani.
Questi dati raccontano quanto rapidamente l’IA sia entrata nella quotidianità dei più giovani, ma fanno sorgere anche una domanda: quanto essere abituati a usare questi strumenti significa davvero saperli utilizzare in modo consapevole? Perché conoscere un chatbot, saper formulare una richiesta e ottenere in pochi secondi una risposta non significa necessariamente essere in grado di valutarne l’attendibilità, riconoscerne i limiti o capire quando è meglio non affidarsi alla macchina. Proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti della ricerca: il rapporto tra utilizzo e capacità di valutazione. Il 76% degli studenti dichiara di fidarsi delle risposte dell’IA, mentre il 62% afferma di controllarle attraverso altre fonti. Ma, analizzando le risposte individuali, emerge quello che i ricercatori definiscono il “paradosso della fiducia”: sono proprio gli studenti che si fidano moltissimo dell’IA, così come quelli che dichiarano di non fidarsene per nulla, a verificare meno le informazioni. I più attenti al controllo risultano invece quelli che mantengono una fiducia moderata.
È qui che l’educazione alla rete assume un ruolo centrale e la scuola può diventare uno dei luoghi privilegiati per costruire questa consapevolezza. Non si tratta soltanto di insegnare ai ragazzi a utilizzare correttamente nuovi strumenti, né di stabilire semplicemente ciò che si può o non si può fare. Significa accompagnarli nella costruzione di uno sguardo critico sul digitale: imparare a verificare prima di credere, a riflettere prima di condividere, a riconoscere i limiti della tecnologia e a non delegare alla macchina ciò che richiede responsabilità e giudizio.
In un mondo in cui l’IA è già parte della quotidianità dei giovani, educare alla rete significa allora soprattutto educare alla scelta. Perché la vera competenza digitale non è sapere soltanto come ottenere una risposta, ma essere capaci di capire se quella risposta è affidabile, utile e adatta alla situazione. E, soprattutto, sapere quando la risposta più importante deve ancora essere costruita con la propria testa.