A scuola si impara a leggere, a fare i conti, si apprendono la storia e le scienze, ma si può imparare anche a mangiare, sviluppando un rapporto più consapevole con il cibo e con il suo valore. È una sfida che riguarda la salute dei più giovani, ma anche quella del pianeta: educare all'alimentazione, infatti, significa anche educare a non sprecare.
A richiamare l'attenzione su questo tema è il recente rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità “Sprechi alimentari: approccio strategico per la misurazione, riduzione e prevenzione nelle mense scolastiche”, realizzato nell'ambito del progetto europeo MyWaste-Plate in 11 scuole primarie di Fiumicino (Roma), su un campione di 744 alunni tra gli 8 e gli 11 anni. Lo studio ha analizzato lo spreco nelle mense scolastiche insieme ad alcuni aspetti delle abitudini alimentari dei bambini, come l'aderenza alla dieta mediterranea e la neofobia alimentare, ovvero la riluttanza a provare cibi nuovi. E proprio dall'incrocio di questi elementi emerge un dato importante: lo spreco non dipende soltanto da quanto viene messo nel piatto, ma anche dal rapporto che bambini e bambine hanno costruito con il cibo.
I risultati mostrano un'aderenza alla dieta mediterranea soltanto moderata: se la prima colazione e l'utilizzo dell'olio d'oliva sono abitudini consolidate, restano invece insufficienti i consumi di frutta e verdura, mentre emerge un'eccessiva presenza di dolciumi. È soprattutto il contorno a rappresentare una delle principali criticità della mensa: oltre il 44% delle porzioni di verdura viene lasciato completamente intatto. Primi e secondi piatti risultano invece generalmente più apprezzati e vengono consumati per circa due terzi. Non è soltanto una questione di gusto. La disponibilità a sperimentare alimenti diversi, la familiarità con determinati sapori e la capacità di riconoscere il valore di ciò che si mangia possono influenzare concretamente ciò che accade durante il pasto. Per questo l'educazione alimentare non dovrebbe limitarsi a spiegare quali siano gli alimenti "sani". Dovrebbe aiutare i bambini a conoscerli attraverso l'esperienza, a scoprire nuovi sapori, a comprenderne la provenienza e la stagionalità, fino a sviluppare maggiore familiarità con quegli alimenti che inizialmente possono risultare meno graditi.
Ridurre lo spreco alimentare significa intervenire su una delle grandi sfide ambientali del nostro tempo. Ogni alimento che finisce nella spazzatura porta con sé le risorse utilizzate per produrlo, trasformarlo, trasportarlo e prepararlo: acqua, suolo, energia e lavoro. Ecco perché imparare a non sprecare è una competenza di cittadinanza. Significa comprendere che il cibo non è una risorsa infinita e che dietro ciò che arriva ogni giorno sulla nostra tavola esiste una filiera fatta di persone, risorse naturali e processi produttivi. In questo senso, la mensa scolastica può trasformarsi in un vero e proprio laboratorio di sostenibilità e il pasto un'occasione concreta per riflettere sulle proprie scelte. Diventa quindi fondamentale intervenire sul piano educativo. Non si può chiedere ai bambini semplicemente di "non sprecare" se prima non si è insegnato loro a conoscere e apprezzare ciò che hanno nel piatto. L'educazione può accompagnare il momento del pasto con attività capaci di renderlo più consapevole: conoscere le verdure di stagione, incontrare chi le coltiva, scoprire come nasce il pane, imparare a leggere le etichette, comprendere la differenza tra fame e desiderio, sperimentare ricette e ingredienti nuovi, misurare concretamente quanto cibo viene sprecato e riflettere insieme sulle possibili soluzioni.
Ed è proprio questo uno degli obiettivi di Mi piace un mondo, il progetto didattico della Fondazione Articolo 49 sviluppato su InClasse e rivolto alle classi primarie di tutta Italia. Un percorso che parte dal cibo per parlare di benessere in senso più ampio: salute, corretta alimentazione, sostenibilità e responsabilità verso le risorse che rendono possibile ciò che ogni giorno arriva sulle nostre tavole. Perché educare al cibo non significa soltanto insegnare che cosa fa bene e che cosa fa male; significa imparare a riconoscere il valore di ciò che mangiamo, conoscere la strada che percorre prima di arrivare nel piatto e comprendere che anche un gesto apparentemente piccolo, come lasciare una porzione di verdura o prendere più cibo di quanto si possa consumare, ha delle conseguenze. La mensa scolastica, allora, può diventare molto più di un luogo in cui consumare un pasto: può essere uno spazio quotidiano in cui esercitare consapevolezza e responsabilità.